Pace

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IL SENSO DELLA PACE

 

Il termine pace indica, in senso psicologico, la pace interiore, uno stato di quiete o tranquillità dell’animo percepita come assenza di disturbo o agitazione. In ambito strettamente sociologico, indica l’assenza di violenza diretta tra individui o organizzazioni collettive. Infatti la parola pace deriva dal latino pax che indica il contrario e l’assenza della guerra, essendo considerata la guerra dagli antichi Romani come lo stato naturale dell’uomo. Più specificatamente, la pace viene considerata (o dovrebbe essere considerata, secondo l’opinione corrente) un valore universalmente riconosciuto che sia in grado di superare qualsiasi barriera sociale e/o religiosa ed ogni pregiudizio ideologico, in modo da evitare situazioni di conflitto fra più persone.

Secondo Eraclito non può esistere una pace totale, assoluta ed eterna. Esiste una pace perché prima si è verificata una guerra, ed il fatto che ci siano pace e guerra crea l’armonia nel divenire. La guerra viene intesa come indispensabile strumento per la più generale arte politica: “Polemos (la guerra) è padre di tutte le cose”.

Platone intende la guerra non come qualcosa di negativo o condannabile ma come elemento che partecipa dell’attività di governo e quindi al mantenimento dell’ordine e della pace all’interno della polis. Platone sottolinea la naturalità e quindi la non eliminabilità definitiva della guerra.

Il concetto platonico esprime una tipica ottica globale che non comprende il solo orizzonte politico ma si estende anche alla sfera etica e morale. Sempre nella stessa ottica etico-politica si muoveva Aristotele quando, nel sesto libro della Poetica, indicava il conseguimento della pace come il fine ultimo della polis ideale, al cui conseguimento doveva essere indirizzata e conformata l’educazione politica del cittadino.

Publio Cornelio Tacito fu uno dei più grandi storici dell’antichità e visse al tempo della cosiddetta pax romana. Il seguente brano è tratto dalla Vita di Agricola, in cui lo storico riporta le presunte parole di Calgaco (Calgax) capo dei Britanni nell’ultimo tentativo di questi di opporsi alla conquista di Roma. Calgaco si sta rivolgendo ai suoi guerrieri prima dello scontro.

LA PACE E LE RELIGIONI 

In lingua indù la traduzione di pace è Shanti. Nell’Antico Testamento, la pace si esprime con la parola shalom. Questa parola va considerata e compresa in rapporto al contesto in cui viveva il popolo ebraico, che per la maggior parte della sua storia antica si è trovato in una sofferta lotta per la sopravvivenza, minacciato e minacciando continuamente di aggressione e schiavitù qualche popolo vicino.

Ciò avveniva nell’epoca più antica, quando gli ebrei erano un popolo nomade o seminomade, sia più tardi, quando, a partire dal XII secolo a.C., essi si stanzieranno in città e villaggi.

Quando nell’antico testamento si legge la parola pace, bisogna pensare a una situazione ideale dove il popolo può vivere in tranquillità, senza minacce esterne. La pace favorisce lo sviluppo delle attività umane, e il servizio di Yahweh.

La presa di Roma nel 1870 e la conseguente perdita del potere temporale da parte del Papa mise fine alla impressionante serie di guerre intestine e imprese militari di cui fu protagonista lo Stato Pontificio dal primo Medioevo al Rinascimento. La corruzione politica e la dissoluzione morale di papi emblematici quali Bonifacio VIII, Alessandro VI e Giulio II fece posto a figure più spirituali. Forse in questo è il seme che porterà alle tante nette e inequivocabili prese di posizione in favore della pace da parte dei papi nel ‘900.

La radice della parola Islam è silm, il cui significato è pace. Il Corano descrive la sua via come la via della pace (5:16); la riconciliazione è presentata come la strada migliore (4:128) ed è scritto che Allah aborrisce tutto ciò che disturba la pace (2:205). Secondo il Corano, uno dei nomi di Allah è As-Salam, che significa pace, e la società ideale è Dar as-Salam, la dimora della pace (10:25). Il Corano presenta l’universo come un modello caratterizzato da armonia e pace (36:40). Quando Allah creò il cielo e la terra, fece le cose in modo che ogni elemento potesse assolvere alla sua funzione pacificamente, senza scontrarsi con gli altri elementi. “Al sole non è permesso sorpassare la luna e la notte non può venire al posto del giorno. Ogni cosa segue il suo cammino.” (36:40)

Gli ortodossi credono che l’uomo sia nato in uno stato di islam (sottomissione a Dio) che comporta pace, amore e purezza. Il contatto con l’impuro che è nel mondo insieme con l’influsso di Shaytan (Satana) e dei Jinn (il maligno) allontanano l’uomo dalla purezza dell’Islam. Per questo motivo un credente musulmano deve praticare la dawah (l’invito), ossia invitare gli infedeli verso l’Islam e farli partecipi del messaggio di pace e giustizia attraverso la diffusione della verità rivelata da Allah nel Corano e dall’ad?th, ossia dalla tradizione narrativa della vita del profeta Maometto. Secondo una interpretazione moderata del Corano, è chiaramente detto che la guerra di aggressione non è permessa nell’Islam. Un musulmano può quindi intraprendere solo una guerra difensiva, mai offensiva (2:190). In obbedienza a questo precetto, la pace è la regola mentre la guerra è l’eccezione. Nemmeno la necessità di rispondere ad un atto di aggressione è sufficiente ad un musulmano per intraprendere una guerra. Egli dovrà considerare l’intera situazione e, se non è sicuro del risultato di una possibile guerra, dovrà adottare una condotta volta ad evitare la violenza. Quindi anche in caso di difesa, se il risultato è dubbio, un musulmano dovrà evitare la guerra. D’altra parte, il concetto di jihad (lotta) è uno degli insegnamenti più importanti dell’Islam. Ma la parola jihad non è per nulla sinonimo di guerra visto che un’altra parola, “qital“, è usata nel Corano invece di jihad per indicare la lotta violenta. In realtà jihad significa lotta pacifica, finalizzata alla pratica della dawah. È scritto nel Corano: Fai una grande jihad con l’aiuto del Corano (25:52). Ma il Corano è soltanto un libro, non certo una spada, quindi il vero significato della frase è “lotta con tutta la forza della tua fede e la potenza dei precetti del Corano”. Infatti, jihad è solo un altro modo di indicare un attivismo pacifico, il quale è la sola arma attraverso cui l’Islam vuole raggiungere tutti i suoi scopi ed obiettivi. Secondo l’esplicito insegnamento del Corano, la vocazione verso Allah è la vera ed eterna missione dell’Islam, laddove la guerra è un qualcosa di temporaneo ed eccezionale.

LA PACE VISTA DA ALCUNI GRANDI DEL ‘900

Sul finire del 1800 in India sorgono i primi movimenti per ottenere l’indipendenza dall’Inghilterra a capo dei quali si pone Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma (in sanscrito significa Grande Anima, soprannome datogli dal poeta indiano Tagore). Gandhi, fortemente influenzato dall’induismo e dalla pratica del giainismo i quali diffondono da sempre il concetto di non-violenza, guida le diverse anime dell’India nella rivolta agli inglesi con due sole armi: la “non collaborazione” e la “disobbedienza civile”, rifuggendo l’uso della violenza.

La non-collaborazione o boicottaggio non-violento significava per Gandhi non acquistare liquori e tessuti provenienti dall’impero britannico, non iscrivere i figli alle scuole inglesi, non investire i propri risparmi in titoli di stato britannici, etc.

La disobbedienza civile consisteva nel violare pubblicamente le leggi ritenute ingiuste accettando però le punizioni previste dalla legislazione vigente per le violazioni commesse, non considerandosi il rifiuto della sanzione prevista un atteggiamento non-violento. A questo proposito bisogna ricordare come Gandhi trascorse un totale di 2338 giorni di detenzione in Sudafrica ed India a causa degli arresti dovuti alle sue lotte politiche.

Per Gandhi la disobbedienza civile rappresentava, insieme allo sciopero della fame e della sete, la forma culminante di resistenza non-violenta; egli la definì “un diritto inalienabile di ogni cittadino”, e affermò che “rinunciare a questo diritto significa cessare di essere uomini”.

Contro l’idea antica che la guerra violenta sarebbe un elemento essenziale per ripristinare l’ordine e la pace, Gandhi afferma il principio della ahimsa, una parola sanscrita tradotta nelle lingue europee moderne con il termine “non-violenza”. Ahimsa significa non usare violenza, non far del male, amare, ma anche essere giusti nei confronti degli altri e astenersi da qualsiasi forma di sfruttamento.

L’esercizio della non-violenza richiede lo straordinario coraggio di non temere la morte e di soffrire senza desiderio di vendetta, e si ottiene solo con preghiera, disciplina e fede. La non violenza va esercitata sempre, non è solo non cooperazione con le ingiustizie ma costante rifiuto di qualunque cosa sia inaccettabile per la coscienza. La guerra può essere evitata perché nessun uomo, nessuna nazione, nessun gruppo sociale è inevitabilmente guerriero. Le frustrazioni e i contrasti d’interesse che sono alla radice delle guerre possono essere ridotti ed indirizzati diversamente, come ad esempio contro gli ostacoli che impediscono lo sviluppo economico e sociale. Quando le cose sembrano non andare per il verso giusto, l’uomo tende ad addossare le responsabilità alla società oppure a poteri superiori che vogliono decidere del futuro di tutti. Invece ciascuno di noi deve assumersi le proprie responsabilità e la parte di lavoro che gli spetta per opporsi alla guerra, trasformandosi in un costruttore di pace. Gandhi ha dimostrato che la forza di un singolo individuo può diventare la forza di un popolo intero perché la pace è legata alla crescita della coscienza umana e può nascere solo dall’impegno unitario di tutti gli uomini.

Martin Luther King fu un pastore battista afro-americano nell’Alabama, leader dei diritti civili della minoranza di colore in USA. È stato il più giovane Premio Nobel per la pace della storia, riconoscimento conferitogli nel 1964 all’età quindi di soli trentacinque anni. Significativo è il discorso che tenne il 28 agosto 1963 durante la marcia per il lavoro e la libertà davanti al Lincoln Memorial di Washington e nel quale pronunciò più volte la celebre frase “I have a dream” (Ho un sogno), che sottintendeva la (spasmodica) attesa che egli coltivava, assieme a molte altre persone, perché ogni uomo venisse riconosciuto uguale ad ogni altro, con gli stessi diritti e le stesse prerogative.

Johan Galtung (Oslo, Norvegia 24 ottobre 1930) è un sociologo e matematico norvegese, fondatore nel 1959 dell’International Peace Research Institut e della rete Transcend per la risoluzione dei conflitti. È uno dei padri della peace research (o peace studies). Le sue opere ammontano a un centinaio di libri e oltre 1000 articoli. Le istituzioni internazionali si sono spesso rivolte a lui per consulenze tecniche in fatto di mediazioni di conflitti. Il punto di forza del pensiero di Galtung è quello di avere fatto della pace un concetto ben determinato, al centro di un vastissimo campo di ricerche. Sua è la concettualizzazione di pace negativa (assenza di guerre), positiva (tensione verso una società più giusta), non-violenta (superamento delle ingiustizie con mezzi nonviolenti). L’indagine di Galtung sulla pace e la nonviolenza parte da Gandhi e passa per il buddhismo, che gli appare come l’unica filosofia in grado di spiegare pienamente l’essenza della pace.

Tenzin Gyatso è il XIV Dalai Lama, massima personalità del buddhismo ed esponente del pacifismo. Presiede il governo tibetano in esilio e per questa ragione il suo ruolo politico è largamente controverso. D’altra parte il suo messaggio di lotta non-violenta è molto diffuso  attraverso la pubblicazione di numerosi libri e articoli e attraverso la partecipazione a  seminari e conferenze in tutto il mondo. Il 10 dicembre 1989 venne conferito a Tenzin Gyatso il Premio Nobel per la pace.

 

LA NONVIOLENZA E IL PACIFISMO COME FENOMENO DI MASSA 

 

Le filosofie e le religioni orientali vantano secoli di predicazione della nonviolenza. Il pacifismo è invece un fenomeno sostanzialmente occidentale nato in tempi moderni dalla diffusione in America e in Europa del pensiero di Gandhi e dalla grande stagione dei movimenti per i diritti civili, in primis le due grandi battaglie per la parità dei diritti tra bianchi e neri e tra uomini e donne. L’opposizione dei giovani alla guerra in Vietnam è stata il motore del movimento pacifista. Grandi comunicatori vicini al mondo giovanile come Bob Dylan e John Lennon hanno aiutato a sviluppare una coscienza più chiara del fatto che le grandi questioni nazionali e internazionali possono essere risolte senza ricorrere alla violenza. Il variegato mondo pacifista ha comunque al suo interno differenziazioni dovute al momento storico e ai riferimenti culturali: mentre alcuni non negano la violenza militare (e dunque statale e dunque non privata) in alcune particolari circostanze, altri negano a priori qualunque azione militare, esclusa la reazione all’invasione militare da parte di un esercito straniero. Benché sottile, esiste una differenza tra pacifismo e nonviolenza: il primo rifiuta a priori la lotta in ogni sua forma mentre il secondo si oppone alla lotta violenta come metodo di risoluzione dei conflitti, secondo l’insegnamento del Mahatma Gandhi, fondando la propria azione su alternative quali la disobbedienza civile e la resistenza non-violenta (ahimsa). È comunque doveroso aggiungere che spesso le manifestazioni pacifiste, a causa di frange minoritarie intransigenti e disinteressate a qualunque forma di dialogo, sfociano in aspri scontri con le forze dell’ordine (significativo in Italia l’esempio del G8 di Genova). In Italia seguaci della nonviolenza della prima ora sono stati il filosofo Aldo Capitini, il primo obiettore di coscienza Pietro Pinna, il MIR (Movimento Internazionale per la Riconciliazione), il MN (Movimento Nonviolento), la LDU (Lega per il Disarmo Unilaterale). Una originale elaborazione ha poi tentato il sacerdote e filosofo Ernesto Balducci che influenzò particolarmente il movimento contro i missili a Comiso e per il disarmo della prima metà degli anni ‘80. Il quel movimento si impegnarono figure come Luciana Castellina, Chiara Ingrao, Tom Benettollo, Davide Ferrari.

LA PACE SI PUÒ MISURARE  

L’Indice Globale della Pace (Global Peace Index) rappresenta uno dei primi tentativi di misurare i livelli di pace interni ed esterni ai paesi (assenza di violenza). L’indice valuta i paesi tenendo conto di 24 criteri, tra cui la criminalità interna, numero dei reati violenti, stabilità politica, spese militari e possibili azioni terroristiche. La ricerca mette in relazione una serie di condizioni sociali come la democrazia, la trasparenza, l’istruzione, i diritti civili, il benessere, per capire meglio i fattori che generano e sostengono la pace. Lo studio prende in esame elementi come il livello di violenza all’interno del paese, il crimine organizzato, l’accesso alle armi, il numero di persone detenute nelle prigioni, il dispendio militare. Lo scopo del progetto è di andare oltre lo studio delle guerre e misurare l’”assenza di violenza” considerata come indicatore di pace, portando ad una maggiore comprensione dei meccanismi che la generano e la consolidano.

LA PACE è UN DIRITTO  

La Dichiarazione sul diritto dei popoli alla pace, adottata dalla Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 12 novembre 1984 durante la 57ma Seduta plenaria, sottolinea che:

per garantire l’esercizio del diritto dei popoli alla pace, è indispensabile che la politica degli stati tenda alla eliminazione delle minacce di guerra, soprattutto di quella nucleare, all’abbandono del ricorso alla forza nelle relazioni internazionali e alla composizione pacifica delle controversie internazionali sulla base dello Statuto delle Nazioni Unite.

Ma questa appare oggi una visione assolutamente riduttiva del problema. Dall’insegnamento di Gandhi e attraverso le parole di Martin Luther King e gli scritti di Johan Galtung, si è fatta strada l’idea di una pace positiva, considerata non semplicisticamente come assenza di guerra bensì come presenza di condizioni di giustizia reciproca tra i popoli che permettano a ciascun popolo il proprio libero sviluppo in condizioni di auto-governo. In queste condizioni, la pace è molto più che il risultato di trattati tra governi o di accordi tra persone potenti, come molti credono. La pace risulta dal modo in cui un popolo si relaziona con un altro popolo, nel rispetto dei reciproci diritti e doveri riconosciuti dalla comunità internazionale. Non è quindi la forma di governo che garantisce la pace, né tantomeno un insieme di trattati o un accordi internazionali. Essa è garantita solo ed esclusivamente dal comportamento e dalle scelte degli individui che insieme costituiscono il comportamento e le scelte di un popolo. Di qui nasce la necessità di una cultura della pace intesa come conoscenza diffusa e consapevole dei fattori tutti che contribuiscono a creare condizioni di giustizia reciproca tra i popoli. Il concetto di Cultura della Pace fu formulato al Congresso Internazionale sulla Pace in Costa d’Avorio nel 1989. Il Congresso raccomandò all’UNESCO di lavorare per costruire una nuova visione della pace basata sui valori universali di rispetto per la vita, la libertà, la giustizia, la solidarietà, la tolleranza, i diritti umani e l’uguaglianza tra uomo e donna. Negli anni seguenti si tennero forum e convegni internazionali per sollecitare ONG, associazioni, giovani e adulti, media nazionali e locali e leader religiosi attivi per la pace, la non-violenza e la tolleranza a diffondere in tutto il mondo una Cultura della Pace. Il 13 settembre 1999 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la risoluzione 53/243 adottando con essa la Dichiarazione per una Cultura della Pace. Educare se stessi alla cultura della pace, informandosi e prendendo consapevolezza dei problemi e delle scelte da fare per risolverli, è il dovere di tutti coloro che, nelle varie forme culturali e associative, esprimono una volontà di contribuire alla costruzione della pace nel mondo.

IL PEACE-BUILDING E IL RUOLO DELL’ONU

Il Preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite recita: “Noi popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra (…), a riaffermare la fede nei diritti fondamentali della persona (…), a promuovere il progresso sociale (…), abbiamo deciso di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini”.

Ciò detto, il sistema politico sul quale si basa l’Organizzazione ha dato spazio all’elaborazione di numerosi trattati internazionali ma anche, nel tempo, alla loro scarsa applicazione.

Oltre alle numerose risoluzioni dell’Assemblea Generale e del Consiglio di Sicurezza, l’ONU ha anche frequentemente operato con osservatori, inviati speciali e forze militari di interposizione con lo scopo di creare condizioni favorevoli alla cessazione di ostilità nei luoghi di conflitto. Il 12 novembre 1984 la Dichiarazione sul Diritto dei Popoli alla Pace fu approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con la risoluzione 39/11. “L’Assemblea Generale, (…) riconosciuto che ogni Stato ha il sacro dovere di garantire ai popoli una vita pacifica: proclama solennemente che i popoli della Terra hanno un sacro diritto alla pace; dichiara solennemente che la salvaguardia del diritto dei popoli alla pace e la promozione di questo diritto costituiscono un obbligo fondamentale per ogni Stato”. Il 21 febbraio 1992 fu istituita la Forza di protezione delle Nazioni Unite (in inglese United Nations Protection Force, abbreviata in UNPROFOR) col compito di «creare le condizioni di pace e sicurezza necessarie per raggiungere una soluzione complessiva della crisi jugoslava». Nacque così il concetto di peace-keeping, azione volta ad aiutare i Paesi colpiti dalla guerra a creare condizioni di pace sostenibile. Le varie missioni di peace-keeping succedutesi nel tempo hanno ottenuto pochi successi e grandi fallimenti. Le ragioni sono molteplici e andrebbero analizzate caso per caso, ma in fondo possiamo affermare la mancanza di un’idea completa di cosa sia la pace. Infatti, parallelamente all’istituzione delle varie missioni di peace-keeping, si faceva spazio il concetto ben più completo di cultura della pace.  Il concetto di cultura della pace fu formulato al Congresso Internazionale sulla Pace in Costa d’Avorio nel 1989. Il Congresso raccomandò all’UNESCO di lavorare per costruire una nuova visione della pace basata sui valori universali di rispetto per la vita, la libertà, la giustizia, la solidarietà, la tolleranza, i diritti umani e l’uguaglianza tra uomo e donna. Questa iniziativa nacque in un contesto internazionale influenzato dalla caduta del muro di Berlino e la conseguente scomparsa delle tensioni legate alla Guerra Fredda. Nel 1994 si tenne il primo Forum Internazionale sulla Cultura della Pace in San Salvador. L’anno dopo la 28ma Conferenza Generale dell’UNESCO introdusse il concetto di Cultura della Pace nella Strategia a Medio Termine per il quinquennio 1996-2001, durante il quale fu sviluppato il progetto Towards a Culture of Peace (Verso una Cultura della Pace). ONG, associazioni, giovani e adulti, media nazionali e locali e leader religiosi attivi per la pace, la non-violenza e la tolleranza si impegnarono nel diffondere in tutto il mondo una Cultura della Pace. Nel 1997 l’Assemblea Generale dell’ONU stabilì un punto separato dell’agenda dei lavori intitolato Towards a Culture of Peace e proclamò il 2000 “Anno Internazionale per la Cultura della Pace” approvando la Risoluzione 52/15. Nel 1998 l’Assemblea Generale dell’ONU, su proposta di alcuni premi Nobel per la pace, approvò la risoluzione 53/25 con la quale proclamò il 2001-2010 “Decennio Internazionale per una Cultura della Pace e della Non-Violenza per i Bambini del Mondo”. Il 13 settembre 1999 l’Assemblea Generale dell’ONU approvò la risoluzione 53/243 adottando con essa la Dichiarazione per una Cultura della Pace nella quale si afferma: “Una cultura di pace è un insieme di valori, attitudini, tradizioni e modi di comportamento e sistemi di vita basati sul:

a. rispetto per la vita, sulla cessazione della violenza e sulla promozione e la pratica della non violenza tramite l’educazione, il dialogo e la cooperazione;

 b. sul pieno rispetto dei principi di sovranità, integrità territoriale e indipendenza politica degli Stati e sul non intervento in quelle questioni che rientrano essenzialmente nell’ambito della giurisdizione nazionale di uno Stato, in conformità con quanto previsto dallo Statuto delle Nazioni Unite e dal diritto internazionale;

c. sul pieno rispetto e sul progresso di tutti i diritti umani e di tutte le libertà fondamentali;

d. sull’impegno in favore di una soluzione pacifica dei conflitti;

e. sugli sforzi per soddisfare le esigenze inerenti allo sviluppo e all’ambiente delle generazioni presenti e future;

f. sul rispetto e sulla promozione del diritto allo sviluppo;

g. sul rispetto e sulla promozione dell’uguaglianza di diritti e opportunità per donne e uomini;

h. sul rispetto e sulla promozione del diritto di ognuno alla libertà di espressione, di opinione e di informazione;

i. sull’adesione ai principi di libertà, giustizia, democrazia, tolleranza, solidarietà, cooperazione, pluralismo, diversità culturale, dialogo e comprensione a tutti i livelli della società, e fra le nazioni; e sostenuta da un ambiente nazionale e internazionale favorevole e orientato alla pace.”

COSA SONO LA PEACEMAKING, LA PEACEKEEPING  E LA PEACE ENFORCING 

Il peacemaking è una forma di risoluzione dei conflitti che si concentra sulla creazione di parità di rapporti di potere tra le parti sufficientemente solida da prevenire futuri conflitti, e che stabilisce alcuni mezzi per accordarsi sulle decisioni etiche all’interno di una comunità che ha già vissuto il conflitto. Quando viene applicato in materia di giustizia penale, di solito è chiamato giustizia trasformativa. Quando viene applicato a questioni che non danneggiano la comunità nel suo insieme, può essere chiamato mediazione cosciente. Il termine peacemaking, tuttavia, è riservato per grandi conflitti sistematici tra fazioni, in cui nessun membro della comunità è in grado di evitare il coinvolgimento, e in cui nessuna fazione o segmento può pretendere di essere completamente privo di responsabilità. Ad esempio, una situazione di post-genocidio, o di estrema di oppressione, come l’apartheid. Il processo di peacemaking è distinto dalla logica del pacifismo e dall’uso della protesta nonviolenta o di tecniche di disobbedienza civile, anche se sono spesso praticate dalle stesse persone. Infatti, coloro che usano tecniche nonviolente sotto la pressione di violenza estrema, e che portano altri verso tali forme di resistenza, hanno dimostrato la rara capacità di non reagire alle provocazioni di natura violenta, e la difficile capacità di mantenere coordinato e in buon ordine attraverso tale esperienza un gruppo di persone che soffrono di oppressione violenta. Questi sono i leader che sono di solito più qualificati per negoziare la pace quando scoppia un conflitto tra due parti già belligeranti in precedenza.

Un’operazione di mantenimento della pace o peacekeeping, come definito dalle Nazioni Unite, è “un modo per aiutare i paesi lacerati da conflitti a creare le condizioni per una pace sostenibile”. I peacekeepers devono monitorare e osservare i processi di pace nelle aree di post-conflitto e di aiutare gli ex combattenti a eseguire gli accordi di pace firmati. Tale assistenza si presenta in molte forme, tra cui le misure per alimentare la fiducia reciproca, accordi di condivisione del potere, il sostegno elettorale, il rafforzamento dello stato di diritto e lo sviluppo economico e sociale. Di conseguenza i peacekeepers dell’ONU (spesso denominati Caschi Blu a causa del colore dei loro elmetti) possono includere soldati, funzionari di polizia civile e altro personale civile. La Carta delle Nazioni Unite conferisce al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il potere e la responsabilità di azioni collettive per mantenere la pace e la sicurezza internazionali. Per questo motivo, la comunità internazionale si rivolge di solito al Consiglio di sicurezza per autorizzare operazioni di peacekeeping, siccome tutte le missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite devono essere autorizzate dal Consiglio di sicurezza. La maggior parte di queste operazioni sono stabilite e attuate dalle Nazioni Unite con le truppe in servizio al comando operativo delle Nazioni Unite. In questi casi, i peacekeepers rimangono membri delle rispettive forze armate, e non costituiscono un “esercito delle Nazioni Unite”, visto che le Nazioni Unite non hanno una forza di questo tipo. Nei casi in cui il coinvolgimento diretto delle Nazioni Unite non è considerato appropriato o fattibile, il Consiglio autorizza le organizzazioni regionali quali l’Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale, o coalizioni di Paesi disposti ad intraprendere missioni di peacekeeping o peace-enforcement. Le Nazioni Unite non sono l’unica organizzazione ad avere autorizzato missioni di peacekeeping, anche se alcuni sostengono che è l’unico gruppo legalmente autorizzati a farlo. Non comprendono le forze di mantenimento della pace delle Nazioni Unite la missione della NATO in Kosovo e la Forza multinazionale e di osservatori sulla Penisola del Sinai. L’imposizione della pace o peace enforcement è la pratica di garantire la pace, in una zona o regione. Parte di una scala di tre gradini tra il mantenimento della pace (peacekeeping) e pacificazione (peacemaking), è talvolta considerato il punto medio. Il peace-enforcement si differenzia dal peacekeeping nel momento in cui le regole d’ingaggio utilizzate per portare le parti in conflitto a negoziati di pace possono includere anche la forza. Anche se si tratta di un approccio per il mantenimento di una pace già esistenti, e possono quindi essere fatti solo da un partito che è riconosciuto come neutrale, questo è differenziato dal peacekeeping in larga misura per il livello di forza che il gruppo neutrale è disposto a utilizzare, in risposta alle violazioni degli accordi di pace. Mentre l’imposizione della pace è stata in gran parte evitata in passato, il livello di violenza con la quale le operazioni di mantenimento della pace in molte aree (tra cui gli eventi del 1994 in Ruanda, dove diversi soldati belgi sono stati costretti a guardare i massacri in corso e sono anche stati uccisi alla fine senza che gli fosse consentito di reagire) hanno scioccato la comunità internazionale e hanno condotto a una situazione di crisi in cui la volontà di entrare in operazioni di peacekeeping, senza la possibilità di usare la forza è raffrontata con una scarsa volontà delle nazioni di inserire le loro forze e in conflitti potenzialmente “caldi” che non li coinvolgono direttamente. In ogni caso la nozione di pace imposta, salita alla ribalta internazionale in seguito alle varie operazioni di peace enforcement (Serbia, Afghanistan, Iraq), è considerata, dalla maggioranza dei pacifisti, avulsa dal vero significato intrinseco della parola.

 

COSA SONO I PEACE STUDIES 

I “peace studies” (“studi sulla pace”) sono una recente subdisciplina delle scienze politiche che si occupa dell’analisi dei fattori psicologici, sociologici e politici determinanti nell’ottenimento di una pace positiva, mentre normalmente gli studi sulle relazioni internazionali si occupano dei fattori, problemi, fenomeni e genesi della guerra ignorando quelle che sono le basi della pace. Illustri protagonisti di questa giovane disciplina sono Kenneth E. Boulding, Dieter Senghaas, Johan Galtung, Ernst-Otto Czempiel, Lothar Brock. I “peace studies” si sono sviluppati recentemente anche in Italia con la nascita di corsi di laurea e master universitari.

 

VISIONI PACIFISTE 

 

1937 - La grande illusione di Jean Renoir;

1957 - Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick;

1959 - Hiroshima mon amour di Alain Resnais; 

1964 - Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick;

1970 - Uomini contro di Francesco Rosi;

1974 - Hearts and minds di Peter Davis;

1987 - Full metal jacket di Stanley Kubrick;

2005 - Dear Wendy di Thomas Vinterberg;

2007 - Nella valle di Elah di Paul Haggis;

2009 - Lebanon di Samuel Maoz;

 

LESSICO PACIFISTA  

La pace è inevitabile per coloro che offrono la pace  (da “A course in miracles“) 

Non si può separare la pace dalla libertà perché nessuno può essere in pace senza avere la libertà. (Malcolm X)

Occhio per occhio.. ed il mondo diventa cieco. (Gandhi)

 Avevo una scatola di colori, brillanti, decisi e vivi. Avevo una scatola di colori, alcuni caldi, altri molto freddi. Non avevo il rosso per il sangue dei feriti, non avevo il nero per il pianto degli orfani, non avevo il bianco per il volto dei morti, non avevo il giallo per le sabbie ardenti. Ma avevo l’arancio per la gioia della vita, e il verde per i germogli e i nidi, e il celeste per i chiari cieli splendenti, e il rosa per il sogno e il riposo. Mi sono seduta, e ho dipinto la pace. (Tali Sorex)

 Ho scoperto il segreto del mare, meditando su una goccia. (Kahlil Gibran)

 La pace non è assenza di guerra: è una virtù, uno stato d’animo, una disposizione alla benevolenza, alla fiducia, alla giustizia. (Benedict Spinoza)

SAPEVATE CHE

Il simbolo della pace, il CND è nato nel 1958, ed è stato creato da un artista e designer britannico, Gerald Holtom, come simbolo della Campagna per il Disarmo Nucleare per diventare poi simbolo dell’antimilitarismo negli anni ‘60. Rappresenta la sovrapposizione delle lettere N e D (Nuclear Disarmament) del codice nautico delle segnalazioni con le bandiere a mano.

La bandiera della pace, è nata in Italia negli anni ‘60 e si è diffusa soprattutto durante la campagna contro l’invasione dell’Iraq. Inoltre, la bandiera arcobaleno priva della scritta PACE e con l’ordine dei colori invertiti è mondialmente conosciuta come il simbolo del gay pride.

 

 

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